30 gennaio 1921. Manifesto ai lavoratori d'Italia. 30 gennaio 2021 più che attuale!
La nascita del Partito Comunista d'Italia.
(31 Gennaio 2021)
Pubblicato in origine su: Il Comunista, 30 gennaio 1921.
Amadeo Bordiga, nel suo discorso del 19 gennaio aveva dichiarato, rivolto
all'assise socialista: Noi, se dovremo andarcene, vi porteremo via l'onore del
vostro passato, o compagni!! (n.d.r.)
Proletari italiani!
Nessuno di voi ignora che il Partito Socialista Italiano, nel suo Congresso
Nazionale tenuto a Livorno, si è diviso in due partiti.
I rappresentanti di quasi sessantamila dei suoi membri sui centosettantamila
che hanno partecipato al Congresso, si sono allontanati, e in un primo
Congresso hanno costituito il nuovo partito: il nostro Partito comunista.
I rimasti nel vecchio partito hanno conservato il nome di Partito socialista
italiano.
Ciò voi avrete appreso, proletari tutti d'Italia, dalla nuda cronaca di questi
ultimi giorni; ma tale nuova, che non appare ben chiara nelle ragioni che ne
furono la causa a molti di voi, mentre essa tanto da vicino riguarda i vostri
interessi ed il vostro avvenire, vi sarà presentata e commentata dagli
interessati sotto una luce artificiosa e sfavorevole. E' perciò che il 1°
congresso del nuovo Partito ha sentito, come suo primo dovere, la necessità di
rivolgersi a voi; e con questo manifesto vuole rendervi ragione del sorgere del
nuovo Partito, perché vi stringiate intorno ad esso, accogliendolo come il solo
e vero strumento delle vostre rivendicazioni, come il vostro Partito.
Richiamiamo, quindi, tutta la vostra attenzione su quanto abbiamo il compito di
esporvi nel modo più chiaro, onesto e preciso.
Vi fu detto per molti anni che coloro i quali lavorano e sono sfruttati dalla
minoranza sociale dei padroni delle fabbriche, delle terre, delle aziende
tutte, devono tendere, se vogliono sottrarsi allo sfruttamento e ad ogni sorta
di miserie, a rovesciare le istituzioni attuali che difendono i privilegi degli
sfruttatori. Vi fu detto, a ragione, che questo scopo poteva raggiungersi solo
col formarsi di un partito dei lavoratori, di un partito politico di classe, il
quale doveva condurre la lotta rivoluzionaria di tutti gli sfruttati contro la
borghesia, contro i suoi partiti, contro i suoi istituti politici ed economici.
Ma già prima della guerra in molti paesi, ed anche in Italia, i capi dei
partiti proletari avevano cominciato a transigere con la borghesia, ad
accontentarsi di ottenere da essa e dal suo Governo piccoli vantaggi, e
sostenevano che, a poco a poco e senza lotta violenta, sareste, così, giunti a
quel regime di giustizia, sociale ch'era nelle vostre aspirazioni.
Questi uomini erano anche nel Partito Socialista Italiano. Alcuni, come i
Bissolati e i Podrecca, ne furono allontanati; altri però, come i Turati, i
Treves, i Modigliani, i D'Aragona, ecc., vi rimasero, capi incontrastati
nell'azione parlamentare e nelle organizzazioni economiche, anche dopo che la
maggioranza del partito ebbe dichiarato erronee le loro teorie riformiste.
Guidata da costoro, o da altri meno sinceri, ma in fondo simili ad essi per
pensiero e per temperamento, l'azione del partito non corrispondeva alle
aspettazioni delle masse e alle esigenze della situazione. Venne la guerra del
1914. Come voi sapete, in moltissimi paesi i partiti socialisti, diretti da
quei capi riformisti e transigenti di cui abbiamo detto, anziché opporsi
energicamente alla guerra, divennero i complici del sacrificio proletario per
gli interessi borghesi.
Ciò dipese sopratutto dal fatto che essi non capirono che la guerra era una
conseguenza del regime capitalistico; che rappresentava il crollo di esso nella
barbarie, e creava una situazione in cui i socialisti avevano il dovere di
spingere le masse ad un'altra e ben diversa guerra, alle lotte rivoluzionarie
contro la borghesia imperialista. Voi, proletari italiani, ricordate anche che
il Partito Socialista in Italia tenne un contegno migliore di quello degli
altri partiti socialisti europei; attraversammo un periodo di neutralità,
durante il quale avemmo l'agio di meglio comprendere quale enormità fosse
l'adesione dei socialisti alla guerra.
Ma quando si trattò di passare da un'opposizione verbale all'azione effettiva
contro la borghesia italiana impegnata nella guerra, ad una propaganda in senso
rivoluzionario, allora gli uomini della destra del partito ed altri ancora -
anche e sopratutto quando il territorio italiano fu invaso - dimostrarono col
loro contegno esitante tutta la loro avversione al metodo rivoluzionario.
A dichiarare e precisare l'atteggiamento dei socialisti dinanzi alla guerra e
alle sue conseguenze, venne la rivoluzione russa. Essa ci mostrò i socialisti
russi divisi in campi opposti: mentre alcuni partiti e frazioni socialiste, che
pure erano stati contro la guerra, propugnavano l'alleanza coi partiti
borghesi, la continuazione della guerra, la limitazione delle conquiste
rivoluzionarie alla costituzione di una repubblica democratica al posto del
vecchio dispotico impero zarista; all'avanguardia del proletariato
rivoluzionario si poneva un forte e cosciente partito politico: quello dei
Bolscevichi, che ora é il grande Partito comunista di Russia.
I Bolscevichi avevano già il loro programma rivoluzionario. Essi fin dal 1914
avevano dichiarato che la guerra delle nazioni doveva volgersi in guerra civile
rivoluzionaria del proletariato internazionale contro la borghesia; e nel 1917
sostennero che, data la situazione creata dalla guerra, non v'era altra
soluzione che la dittatura del proletariato, da raggiungersi con la lotta
rivoluzionaria, respingendo ogni alleanza coi partiti borghesi russi e colle
borghesie estere dell'Intesa imperialistica.
I Bolscevichi e i lavoratori rivoluzionari russi col trionfo di questo loro
programma attirarono l'attenzione dei lavoratori di tutto il mondo su
importanti questioni nelle quali i riformisti di tutti i paesi avevano portato
grande confusione. Eccole.
Il proletariato non arriverà mai al potere né alleandosi con partiti borghesi,
né servendosi del suffragio elettorale per la conquista dei mandati elettivi
nei Parlamenti. Solamente se il proletariato si impadronirà con la violenza del
potere, spezzando le forme attuali dello Stato: polizia, burocrazia, esercito,
parlamento, potrà costituire una forza di governo organizzata, capace di
operare la distruzione dei privilegi borghesi e la costruzione del regime
sociale comunista.
In questo nuovo sistema di potere, al posto dei Parlamenti democratici vi é la
rete dei Consigli dei lavoratori, alle elezioni dei quali partecipano solo
quelli che lavorano e producono, e che la Russia ci ha mostrati per la prima
volta nei Soviet.
Ma l'insegnamento più importante ancora della rivoluzione russa fu questo: che
nella lotta decisiva per la conquista del potere proletario, quei socialisti
riformisti, democratici, che, o furono per la guerra, od anche non seppero
passare dalla opposizione alla guerra all'affermazione rivoluzionaria che la
guerra aprì in tutto il mondo il periodo della lotta per la dittatura
proletaria, tutti costoro nella lotta finale si alleano alla borghesia contro
il proletariato. Se il proletariato vince, come in Russia, continuano la loro
opera per sminuirne e distruggerne i successi d'accordo con le borghesie
estere. Se, come in Germania e altrove, il proletariato é vinto, i
socialdemocratici appaiono come gli agenti e i boia della borghesia.
Ed allora - altra conseguenza della rivoluzione russa - la nuova
Internazionale, che deve sostituire la seconda Internazionale vergognosamente
battuta nell'adesione alla guerra, deve sorgere su questa base: riunire non già
tutti i socialisti che in qualche modo furono contrari alla guerra, bensì
quelli che sono per la rivoluzione, per la dittatura proletaria, per la
repubblica dei Soviet, come unica possibile uscita dalla situazione lasciata
dalla guerra in tutti i paesi.
La nuova Internazionale infatti, soprattutto ad opera dei comunisti russi, si
costituiva a Mosca, tenendovi nel marzo 1919 il primo suo Congresso mondiale.
Attraverso vicende che non è qui il caso di rammentare, ben presto si delineò
una minaccia per la nuova Internazionale: l'invasione delle sue file da parte
di elementi equivoci, usciti dalla seconda Internazionale, ma non completamente
aderenti alle direttive comuniste.
Per ovviare a tale pericolo si riuniva a Mosca, nel luglio 1920, il II
Congresso mondiale, il quale stabilì che ogni partito desideroso di entrare
nell'Internazionale comunista dovesse, per essere accettato, dimostrare che la
sua composizione e la sua attività corrispondevano al programma e al metodo
comunisti.
A tale scopo il Congresso stabilì una serie di condizioni di ammissione, nelle
quali sono contenuti i criteri a cui i partiti che entrano nell'Internazionale
devono corrispondere.
Queste condizioni si applicano a tutti i partiti senza eccezione. Poiché,
mentre la seconda Internazionale lasciava arbitro ogni partito aderente di
seguire la tattica che meglio credeva - e fu quest'autonomia la causa
principale della sua rovina - la III Internazionale é invece fondata sulla
comunanza ai partiti di tutti i paesi delle fondamentali norme di
organizzazione e di azione; le quali appunto figurano nelle 21 condizioni di
ammissione.
Ciò non vuol dire che la III Internazionale ignori che in ciascun paese
l'azione rivoluzionaria può presentare problemi speciali. Ma mentre nelle 21
condizioni è fissato il contegno dei partiti di fronte ai problemi più
importanti che si presentano in tutti i paesi, il secondo Congresso stabiliva
anche le tesi sui compiti principali dell'Internazionale, di cui la terza
tratta delle modificazioni della linea di condotta e parzialmente della
composizione sociale dei partiti che aderiscono o vogliono aderire
all'Internazionale.
In queste tesi si parla di ciascun paese partitamente ed anche dell'Italia, che
presentava questo speciale problema: la esistenza di un partito, che pur
essendo stato contrario alla guerra ed avendo aderito a grande maggioranza alla
III Internazionale, dimostrava tuttavia coi fatti un'evidente incapacità
rivoluzionaria.
Abbiamo detto quale immenso valore abbiano avuto per i proletari di tutti i
paesi gli insegnamenti della rivoluzione russa. Quale utilizzazione se ne é
fatta finora nel movimento proletario italiano?
In Italia si é molto parlato della rivoluzione russa, della dittatura proletaria,
dei Soviet, della III Internazionale. Ma furono, in realtà, quegli
insegnamenti, verso i quali si protendeva ansioso il nostro proletariato,
efficacemente intesi ed applicati? Tutt'altro. Il Partito Socialista italiano
accettò nel suo Congresso di Bologna il programma comunista, aderì alla III
Internazionale. Si era nell'agitatissima situazione del dopo-guerra, che dura
tutt'ora, e si parlò molto di rivoluzione nei comizi, mentre in realtà il
partito non aveva mutato dopo la guerra, né mutò, col Congresso di Bologna, i
caratteri tradizionali dell'opera sua, che seguitò a basarsi nel campo politico
sulla pura azione inspirata da finalità elettorali. Né attraverso la guerra, né
per effetto del Congresso di Bologna fu cambiato quello stato di cose per cui
l'azione politica ed economica del partito era affidata alla destra riformista;
e le conseguenze poterono essere constatate così nell'andamento della campagna
elettorale politica e di quell'amministrativa, come nella piega che presero
tutte le grandi agitazioni che scoppiavano in seno al proletariato italiano. Il
partito, benché diretto da massimalisti, non fece nulla per togliere il
monopolio della Confederazione del Lavoro ai D'Aragona, Baldesi, Buozzi,
Colombino, Bianchi, ecc., la cui opera spesso si presentò come un indirizzo
politico apertamente opposto a quello del partito, e praticamente si svolse
attraverso continui compromessi con la borghesia, culminando nella famosa
derisoria concessione giolittiana del controllo operaio.
Il Partito socialista italiano in conclusione rimase sostanzialmente quello che
era prima della guerra, ossia un partito un po' migliore di altri partiti della
II Internazionale, ma non divenne un partito comunista capace di opera
rivoluzionaria secondo le direttive dell'Internazionale comunista.
L'azione e la tattica dei partiti comunisti a questa aderenti devono essere ben
diversi. I partiti comunisti hanno come loro finalità la preparazione ideale e
materiale del proletariato alla lotta rivoluzionaria per la conquista del potere.
Come mezzi per la loro propaganda, agitazione ed organizzazione, essi si
servono dell'intervento nell'azione sindacale e cooperativa, nelle elezioni e
nei Parlamenti, ma non considerano affatto le conquiste che si realizzano con
queste azioni come fine a se stesse. Il Partito socialista italiano invece,
lasciando dirigere queste azioni dagli uomini dell'ala destra o anche da uomini
della sinistra che da quelli si differenziano soltanto per affermazioni verbali
senza essere capaci di intendere la nuova tattica rivoluzionaria, non fece
utile opera di preparazione rivoluzionaria, ed il suo massimalismo condusse
soltanto a quella serie d'insuccessi e di delusioni ben noti a tutti i
lavoratori, di cui la destra del partito, infischiandosi dell'impegno assunto
di essere disciplinata a quell'indirizzo che la maggioranza aveva stabilito, si
servì per deridere audacemente il metodo massimalista.
Per evitare tutto ciò non vi sarebbe stato che un solo mezzo: eliminare dal
partito i riformisti, basandosi sulla loro avversione di principio al programma
comunista, per poterli scacciare dalle loro posizioni squalificandoli innanzi a
tutto il proletariato italiano come avversari della rivoluzione e della III
Internazionale, come equivalenti dei Menscevichi russi e di altri
controrivoluzionari esteri.
In questo modo la situazione italiana e l'andamento della lotta di classe tra
noi vengono a confermare quelle esperienze internazionali, su cui si basano i
comunisti per liberare il proletariato dai suoi falsi amici social-democratici.
Tutto ciò in Italia fu sostenuto dagli elementi di sinistra del partito, che
andarono sempre meglio organizzandosi sul terreno del pensiero e del metodo
comunista, ed intrapresero la lotta contro il pericoloso andazzo preso dal
partito.
Lo stesso giudizio intorno alla situazione italiana fu espresso dal Congresso
di Mosca e sancito nelle sue deliberazioni, richiedendosi in esse che il
partito italiano si liberasse dai riformisti, e divenisse come nel programma
così nella tattica, nell'azione e nel nome un vero partito comunista. Intanto i
riformisti italiani, sempre più imbaldanziti dagli insuccessi del massimalismo
che aveva apparentemente trionfato a Bologna, si erano organizzati in frazione
«di concentrazione socialista» col loro convegno di Reggio Emilia dell'ottobre
1920.
Tutti i comunisti italiani che, al di sopra di singoli apprezzamenti tattici,
accettavano la disciplina internazionale alle deliberazioni di Mosca, si
costituirono in frazione, e nel convegno di Imola del 28-29 novembre 1920
decisero di proporre al Congresso del partito una mozione, che oltre al
comprendere l'applicazione di tutte le altre decisioni del Congresso di Mosca,
stabiliva che il partito si chiamasse comunista e che tutta la frazione di
«concentrazione» dovesse essere esclusa.
L'organo supremo dell'Internazionale comunista ossia il Comitato esecutivo di
Mosca, approvò ed appoggiò tale proposta..
Intanto nelle file del partito, da parte di coloro che tanto facilmente si
erano proclamati massimalisti e avevano inneggiato a Mosca quando si trattava
di andare ai trionfi elettorali, si organizzò una corrente unitaria, venendo
così a costituire una frazione di centro che si opponeva alla divisione tra
comunisti e riformisti.
I capi di questa tendenza si dicevano comunisti, ma oggi che essi hanno
dimostrato coi fatti di tenere più ai riformisti e ai controrivoluzionari, come
Turati e D'Aragona, che ai comunisti e alla terza Internazionale, riesce
evidente che essi costituiscono la peggior specie di opportunisti. Infatti
costoro nel recente Congresso di Livorno, capitanati da G. M. Serrati, hanno
respinto le precise disposizioni del Congresso mondiale dell'Internazionale
comunista, trascinando la maggioranza del Congresso a decidere che i riformisti
restassero nel partito, tutti senz'alcuna eccezione.
Tale atto inqualificabile - voluto da pochi capi che hanno saputo speculare
sull'inesperienza dei gregari - ha preparato questa logica conseguenza:
l'espulsione del Partito socialista italiano dall'Internazionale comunista.
Dinanzi a tale situazione la frazione comunista ha senz'altro abbandonato il
Congresso ed il Partito, ed ha deciso di costituirsi in Partito comunista
d'Italia - Sezione dell'internazionale comunista.
Così i sedicenti «comunisti» della frazione unitaria serratiana, per restare
uniti ai quindicimila riformisti dell'estrema destra, si distaccano
dall'Internazionale comunista, ossia dal proletariato rivoluzionario mondiale,
e da sessantamila comunisti iscritti al partito, con i quali è solidale tutto
il movimento giovanile, forte di più di cinquantamila iscritti.
A voi, o lavoratori, giudicare il contegno di costoro, a voi il dire quanto
essi siano comunisti, quanto abbiano a cuore le sorti della rivoluzione
proletaria.
Gli unitari hanno tentato e tentano di far apparire dovuto ad altre e sciocche
ragioni il loro distacco dall'Internazionale comunista. Essi affermano che noi
avremmo avuto il torto di volere applicare troppo rigidamente gli ordini di
Mosca che, secondo loro, non corrisponderebbero alle esigenze della situazione
italiana.
A ciò noi rispondiamo che l'Internazionale sarebbe una vana parola e nulla più,
se non fosse organizzata sulla base della disciplina. Come le sezioni di un
partito devono essere disciplinate alla direzione centrale, così i partiti
devono esserlo rispetto all'Internazionale. In secondo luogo non si tratta di
ordini personali di Lenin o di altri capi del movimento russo, ma delle
decisioni di un Congresso, al quale hanno partecipato rappresentanti di tutto
il mondo, tra cui cinque italiani, quattro dei quali hanno accettato le
decisioni relative all'Italia, coll'opposizione del solo Serrati.
Quei compagni, come tutti i comunisti italiani, come tutti quei lavoratori
italiani, che ogni giorno sentivano affievolirsi la loro fiducia nel vecchio
partito, pensavano che le decisioni di Mosca rispondessero ad un maturo esame
ed alle vere esigenze della situazione italiana.
Se i comunisti (?) unitari pensano che quelle decisioni non sono convenienti
per l'Italia, è perché essi hanno un concetto della rivoluzione che contraddice
alle direttive di principio del comunismo internazionale, al pensiero di tutti
i veri comunisti del mondo, siano essi italiani, americani o cinesi. Esistono
in tutti i paesi coloro che pensano come gli unitari italiani: asseriscono cioè
di essere per il comunismo e per la terza Internazionale, ma nella pratica
rifiutano di eseguire le decisioni dell'Internazionale, col pretesto che non
sono applicabili alle condizioni particolari del loro paese. E sono appunto questi
gli avversari più insidiosi dell'Internazionale.
Un'altra bugia degli unitari è l'asserzione che le concessioni a loro rifiutate
nell'applicazione delle 21 condizioni siano, invece, state accordate
dall'Internazionale ai compagni di altri paesi e sopratutto della Francia. La
verità è del tutto opposta. Il Partito socialista francese nel recente
Congresso di Tours si è dichiarato nella sua maggioranza per l'adesione a
Mosca, però la mozione della maggioranza conteneva alcune riserve, tra cui
quella di conservare nel partito la minoranza centrista. E' falso che il
Comitato esecutivo dell'Internazionale abbia accettato queste riserve. Al
contrario, esso inviò al Congresso di Tours un energico telegramma, richiedente
l'espulsione dei centristi e l'applicazione integrale delle condizioni di
ammissione. La maggioranza del Congresso accettò disciplinata il contenuto del
messaggio dell'Esecutivo. Invece gli unitari italiani si sono ribellati alle
disposizioni dell'Internazionale, alla quale, a differenza dei Francesi, già
erano aderenti. Abbiamo avuto così il primo caso di un partito che abbandona
l'Internazionale dopo esservi entrato a bandiera spiegata: negli unitari
italiani la terza Internazionale può così registrare i primi suoi rinnegati.
Costoro accampano ancora il proposito di ricorrere al Comitato esecutivo ed al
Congresso prossimo dell'Internazionale comunista, per ottenere di essere
riconosciuti come tutt'ora aderenti. Poiché in ogni paese non può esservi che
un solo partito aderente a Mosca, l'Internazionale dovrebbe per riconoscere gli
unitari ripudiare il nostro partito e sconfessare l'atteggiamento da noi
tenuto, cosa evidentemente assurda e stranamente contraddicente alla famosa,
affermazione espressa da Mosca.
Il nostro Partito comunista è e resterà l'unica Sezione italiana
dell'Internazionale comunista. Chi non é col nostro partito, sia esso un
borghese od un aderente al vecchio partito socialista, é fuori ed é contro la
terza Internazionale. I membri del vecchio partito che, con mille menzogne, sono
stati indotti a pronunziarsi per la tesi unitaria e ai quali si é promessa
l'unità del partito nella terza Internazionale, possono oggi vedere chiaramente
la situazione. L'unità del partito non esiste più, avendo esaurito, la sua
ragion d'essere, ed essi si troveranno fuori dall'Internazionale comunista,
dalla famiglia mondiale dei lavoratori rivoluzionari. Essi possono uscire da
questa falsa situazione soltanto abbandonando i capi che li hanno ingannati, e
venendo fiduciosi nelle file del Partito comunista.
Il Partito comunista d'Italia vi si presenta dunque, o compagni lavoratori,
come un prodotto della situazione creatasi in Italia dopo la guerra mondiale e
che va svolgendosi, anche più rapidamente che in altri paesi, verso la
rivoluzione proletaria. Questo partito comprende in sé le energie
rivoluzionarie del proletariato italiano, esso deve rapidamente organizzarsi
come l'avanguardia di azione della classe lavoratrice. I suoi principi ed il
suo programma vi dicono che il Partito comunista sta sul terreno del pensiero
marxista, del comunismo critico, del Manifesto dei Comunisti, così come tutto
il movimento dell'Internazionale di Mosca. Gli altri che, chiamandoci anarchici
o sindacalisti, si rivendicano continuatori del marxismo, sono invece coloro che
lo hanno falsificato.
Noi invece, raccogliendo nelle nostre file la maggior parte di coloro che
sostennero il valore rivoluzionario del marxismo in Italia, dissentiamo, così
come le tesi di Mosca dissentono, dalle teorie anarchiche e sindacaliste pure considerando
i proletari anarchici e sindacalisti come nostri amici generosamente
rivoluzionari, che finiranno col riconoscere la giustezza delle direttive
teoriche e pratiche dei comunisti, mentre invece i riformisti, i
socialdemocratici, e tutti quelli che si sentono di convivere con costoro si
allontanano sempre più dal comunismo e dalla via della rivoluzione.
Il Partito comunista d'Italia si compone dunque di coloro che veramente hanno
sentito ed accolto, nella mente e nel cuore, i grandi principii rivoluzionari
dell'Internazionale comunista. Nelle sue file sono giovani e vecchi militanti
dell'antico partito: esso continua storicamente la sinistra del Partito
socialista, quella parte cioè di questo partito che lottò in prima linea contro
il riformismo collaborazionista, contro i blocchi elettorali, contro la
massoneria, contro la guerra libica, che non solo sostenne la lotta contro i
fautori della guerra, ma, che in seno al partito contrastò tenacemente il passo
a coloro che alla guerra erano avversi a parole ma, non del tutto scevri da
pregiudizi patriottici, tendevano a continue transazioni colla borghesia.
E' vero che restano nel vecchio partito taluni che in certi periodi furono
estremisti, magari più estremisti di noi, ma costoro o sono esemplari del
vecchio fenomeno d'involuzione politica degli individui, o rappresentano i
massimalisti che si improvvisarono tali per opportunità elettorale, o, nella
ipotesi più benevola, sono individui che si credettero dei comunisti quando
ancora non avevano inteso quali siano le differenze vere tra il comunismo e i
pregiudizi borghesi e piccolo- borghesi.
Il Partito comunista d'Italia inspira il suo indirizzo tattico alle
deliberazioni dei Congressi internazionali, e quindi intende avvalersi
dell'azione sindacale, cooperativa, elettorale, parlamentare; come di
altrettanti mezzi per la preparazione del proletariato alla lotta finale.
Attraverso l'intimo contatto con le masse lavoratrici, in tutte le occasioni in
cui queste siano spinte ad agitarsi dall'insofferenza delle loro condizioni di
vita, il Partito comunista svolgerà la migliore propaganda dei concetti
comunisti, suscitando nel proletariato la coscienza delle circostanze, delle
fasi, delle necessità che si presenteranno in tutto il complesso svolgimento
della lotta rivoluzionaria.
Con la rigorosa disciplina della sua organizzazione interna, il Partito
comunista si organizzerà in modo da essere capace d'inquadrare e dirigere
sicuramente lo sforzo rivoluzionario del proletariato.
La propaganda, il proselitismo, l'organizzazione e la preparazione
rivoluzionaria delle masse saranno basati sulla costituzione di gruppi
comunisti, che raccoglieranno gli aderenti al partito che lavorano nella
medesima azienda, che sono organizzati nel medesimo sindacato, che, comunque,
partecipino ad uno stesso aggruppamento di lavoratori. Questi gruppi o cellule
comuniste agiranno in stretto contatto con il partito, che assicurerà la loro
azione d'insieme, in tutte le circostanze della lotta. Con questi metodi i
comunisti muoveranno alla conquista di tutti gli organismi proletari costituiti
per finalità economiche e contingenti, come le leghe, le cooperative, le Camere
del lavoro, per trasformarle in strumenti della azione rivoluzionaria diretta
dal Partito.
Il Partito comunista intraprenderà così, fedele alle tesi tattiche
dell'Internazionale sulla questione sindacale, la conquista della
Confederazione generale del lavoro, chiamando le masse organizzate ad
un'implacabile lotta contro il riformismo ed i riformisti che vi imperano.
Il Partito comunista non invita quindi i suoi aderenti ed i proletari che lo
seguono ad abbandonare le organizzazioni confederali, bensì li impegna a
partecipare intensamente all'aspra lotta che si inizia contro i dirigenti. Non
è certo questo breve e facile compito, soprattutto oggi che molti sedicenti
avversari del riformismo depongono la maschera e passano apertamente dalla
parte dei D'Aragona, con i quali militano insieme nel vecchio partito
socialista. Ma appunto per questo il Partito comunista fa assegnamento
sull'aiuto di tutti gli organi Proletari sindacali che conducono all'esterno la
lotta contro il riformismo confederale, e li invita, con un caldo appello, a
porsi sul terreno della tattica internazionale dei comunisti, penetrando nella
Confederazione, per sloggiarne i controrivoluzionari con una risoluta e
vittoriosa azione comune.
I membri del Partito comunista, rivestiti di cariche elettive nei comuni, nelle
province e nel Parlamento, restano al loro posto con mandato di eseguire la
tattica rivoluzionaria decisa dal Congresso internazionale, e con
subordinazione assoluta agli organi direttivi del partito.
Una parte dei giornali del vecchio partito resta al Partito comunista, tra
questi i quotidiani L'Ordine nuovo di Torino e Il Lavoratore di Trieste.
Organo centrale del Partito sarà Il Comunista, bisettimanale, pubblicato a
Milano, ove ha sede il Comitato esecutivo del Partito.
Questo, nelle grandi linee, é il piano d'azione che il Partito comunista si
propone, e per l'esplicazione del quale conta sull'adesione entusiastica della
parte più cosciente del proletariato italiano.
Gli avvenimenti, attraverso i quali il Partito comunista d'Italia si è
costituito, dimostrano come esso corrisponda ad una necessità irresistibile
dell'azione proletaria, e dimostrano come esso sorga quale unico organo capace
di condurre alla vittoria la classe lavoratrice italiana.
Il programma di lotta del Partito comunista dimostra che esso soltanto potrà
applicare, nell'azione rivoluzionaria, i risultati delle esperienze italiane ed
estere della lotta di classe e le deliberazioni dell'lnternazionale comunista.
Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha perduto nello
stesso momento le energie e l'audacia della sua parte più giovane, ed il
migliore contenuto dell'esperienza delle sue lotte passate, che si riassume
nell'affermazione di quel metodo rivoluzionario, di cui oggi il rappresentante
é il Partito comunista!
Il vecchio Partito socialista, nel Congresso di Livorno, ha scelto la via
fatale che ha come ultimo sbocco la controrivoluzione. Esso è squalificato
dinanzi agli occhi del proletariato italiano, ed è destinato, d'ora innanzi, a
vivere solo delle pericolose simpatie borghesi, il cui coro già si eleva
intorno ad esso. E' il partito in cui la destra coi suoi Modigliani ed i suoi
D'Aragona, é moralmente padrona, e gl'intransigenti rivoluzionari, i
massimalisti, i comunisti di ieri, recitano la parte di servitori del
riformismo.
Lavoratori italiani!
Il vostro posto di battaglia é col nuovo partito, é nel nuovo partito. Attorno
alla sua bandiera, che é quella della Internazionale, dei lavoratori
rivoluzionari di tutto il mondo, dovete stringervi per la grande lotta contro
lo sfruttamento capitalistico.
Il Partito comunista d'ltalia, nel chiamarvi a raccolta per le battaglie della
rivoluzione sociale, si sente in diritto di salutare a nome vostro i lavoratori
di tutto il mondo, inviando all'lnternazionale comunista di Mosca, invincibile
presidio della rivoluzione mondiale, il grido entusiasta di solidarietà dei
proletari e dei comunisti italiani.
Contro tutte le resistenze del sistema, sociale borghese, contro tutte le
insidie dei falsi amici del proletariato, contro tutte le debolezze e le
transazioni, avanti per la vittoria rivoluzionaria, al fianco dei comunisti del
mondo intero!
Abbasso i rinnegati ed i traditori della causa proletaria!
Viva la III Internazionale comunista!
Viva la rivoluzione comunista mondiale.
Il Comitato Centrale del Partito comunista d'Italia
Il Comunista, 30 gennaio 1921